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Curiosità

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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 5 giu 2013, 9:43

(05-06-13) Con fast food vicino a casa, la massa corporea cresce


Uno studio americano condotto da un gruppo di ricercatori del Md Anderson cancer center di Houston, in Texas, conferma la stretta relazione esistente tra quantità di fast-food presenti nel quartiere di residenza e il rischio di sovrappeso e obesità. La ricerca, diretta da Lorraine Reitzel, del Department of health disparities research dell'Università del Texas, è stata appena pubblicata sull'American Journal of Public Health: secondo i ricercatori – che si sono concentrati su una coorte di oltre 1.400 adulti afroamericani appartenenti alla stessa Chiesa metodista (una delle più grandi degli Stati Uniti) – hanno osservato che questa nefasta relazione è tanto più marcata quanto più basso è il livello socioeconomico. È stato scelto un campione di popolazione nera perché la letteratura indica che si tratta del gruppo etnico statunitense con il più alto tasso di obesità, in particloare per la popolazione femminile, e perché esso appare aumentare a un ritmo più rapido che per gli altri gruppi etnici. «Dobbiamo individuare le relazioni e i fattori scatenanti che si correlano con l'aumento di indice di massa corporea in questa popolazione» spiega Reitzel. «Questa informazione può aiutare a strutturare politiche e interventi per prevenire le disparità nell'ambito della salute». I ricercatori hanno preso in esame il luogo di residenza dei soggetti, geolocalizzando con precisione sulla mappa i rispettivi indirizzi, per misurare prossimità e densità di ristoranti fast-food nei dintorni. I soggetti, ovviamente concentrati in un'area attorno alla chiesa di riferimento, sono stati poi suddivisi in base alla fascia di reddito, sopra o sotto i 40.000 dollari l'anno, parametro finora ignorato negli studi precedenti in questi ambito, e in base a variabili come genere, età, attività fisica, educazione, stato civile e presenza di bambini nel nucleo familiare (in sé associata a maggiore attività fisica). La densità di ristoranti fast-food è stata calcolata in quattro cerchi concentrici attorno a ciascuna abitazione (con un raggio di 800 metri, 1,6, 3,2 e 8 chilometri), rilevando una significativa associazione tra un'elevata densità media di fast food nelle immediate vicinanze, fino a 3,2 chilometri di raggio, e aumento dell'indice di massa corporea, soprattutto nella fascia di più basso reddito. Anche la prossimità del fast food più vicino a ciascuna abitazione è risultata costituire un fattore di rischio indipendente, a prescindere dal reddito.

Am J Public Health. Published online ahead of print May 16, 2013: e1–e7
Fonte: doctor33- 24 maggio 2013
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 6 giu 2013, 14:24

(06-06-13) Effetto nocebo anche da notizie allarmistiche sulla salute


Le notizie che parlano di problemi di salute in tono allarmistico possono
suggestionare chi le ascolta con impatto negativo sul suo stato di salute e
comparsa di sintomi. Lo sostiene uno studio condotto da Michael Witthoft
dell'università Johannes Gutenberg a Mainz in cui si evoca un possibile effetto
nocebo procurato anche da contenuti allarmistici veicolati dai mezzi di
comunicazione. I ricercatori hanno osservato un campione di persone diviso in
due gruppi: a uno hanno mostrato un documentario della Bbc sui rischi
dell'esposizione a onde elettromagnetiche, all'altro un documentario sulle
tecnologie w i-fi. Poi hanno detto loro che si trovavano in un ambiente con
presenza di onde elettromagnetiche da apparecchi wi-fi. Ebbene, coloro che
avevano visto il documentario sui rischi delle onde tendono a manifestare la
sintomatologia dell'ipersensibilità elettromagnetica, come mal di testa,
distrazione, confusione, vertigini pur non essendo stati esposti ad alcuna
fonte elettromagnetica. L'esperimento mostra l'impatto che puo' avere una
notizia allarmistica sulla salute di chi la riceve.

Fonte: doctornews33
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 7 giu 2013, 11:06

(07-06-13) La vita che fa bene al cuore aiuta anche il rene


Le raccomandazioni di stile di vita pensate per la salute cardiovascolare potrebbero avere un effetto benefico anche nel prevenire l'insufficienza renale nei pazienti nefropatici. È questa la conclusione di uno studio appena apparso sul Journal of the American society of nephrology, che ha per la prima volta osservato che esiste una relazione bidirezionale tra salute del cuore e del rene. Finora era, infatti, assodato l'effetto delle malattie renali nell'accrescere il rischio di problemi cardiaci, mentre era incerto l'effetto reciproco. Un gruppo di ricercatori guidati da Paul Muntner, dell'Università dell'Alabama a Birmingham, ha applicato uno strumento – chiamato “Life's simple 7” - appena validato dall'American heart association per valutare appunto 7 elementi degli stili di vita che fanno la differenza in chiave cardiovascolare: non fumare, svolgere attività fisica, avere un'alimentazione adeguata, avere un peso normale, e mantenere bassi livelli di glicemia, pressione e colesterolo. «I punteggi ottenuti con il “Life’s Simple 7” sono stati associati con il rischio di avere un infarto ma nonera chiaro se unprofilo peggiore fosse associato con un aumento di rischio di insufficienza renale» spiega Muntner. Per questo i ricercatori hanno valutato mortalità e incidenza dell'insifficienza renale in 3.093 pazienti con malattia renale cronica già avanzata (di stadio terzo e quarto), seguiti per una media di 4 anni, durante i quali 160 soggetti hanno sviluppato insufficienza renale e 610 sono deceduti. La correlazione con gli stili di vita legati alla salute cardiovascolare è apparsa chiara: rispetto a chi presenta nessuno o solo un elemento dei 7 nel range “ideale”, chi ne presenta in maggior numero ha un rischio progressivamente inferiore di insufficienza renale, e chi ne ha 4 nel range ideale dimezza il rischio. Addirittura, non si è registrato alcun caso di insufficienza renale tra chi si è comportato in modo virtuoso su 5 o più aspetti. Una tendenza analoga è stata osservata anche per quanto riguarda la mortalità.


Source: J Am Soc Nephrol 24: 2013
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 8 giu 2013, 12:49

(08-06-13) DISCUSSI ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI

Notizia tratta da una "lettera al direttore" del media canadese Vancouversun(http://www.vancouversun.com/health/Gene ... story.html).
Come preambolo alla pubblicazione di questa confessione leggiamo sul quotidiano on line: "una colonna sul cibo geneticamente modificato ha suscitato reazioni da parte di dei critici, tra i quali un ex scienziato dell’agricoltura canadese che ha cambiato i suoi punti di vista sulla sicurezza di questi prodotti.
Traduzione a cura di https://www.facebook.com/LaNostraIgnoranzaELaLoroForza
“Sono andato in pensione 10 anni fa, dopo una lunga carriera come ricercatore per l’agricoltura del Canada. Quando ero sul libro paga, ero lo scienziato designato del mio istituto per affrontare i gruppi pubblici e rassicurarli che le colture e gli alimenti geneticamente modificati sono sicuri.
Non so se ero appassionato a questo proposito, ma ero consapevole. Ho difeso il lato del progresso tecnologico, della scienza e del progresso.
Negli ultimi 10 anni ho cambiato la mia posizione. Ho cominciato a prestare attenzione al flusso di studi pubblicati provenienti dall’Europa, alcuni da laboratori prestigiosi e pubblicati su prestigiose riviste scientifiche, che mettevano in dubbio l’impatto e la sicurezza dei prodotti alimentari OGM.
Respingo le affermazioni delle aziende biotecnologiche che sostengono che le loro colture ingegnerizzate producono di più, che richiedono meno applicazioni di pesticidi, che non hanno alcun impatto sull’ambiente e, naturalmente, che sono sicure da mangiare.
Ci sono una serie di studi scientifici che sono stati fatti per la Monsanto dalle università negli Stati Uniti, in Canada e all’estero. La maggior parte di questi studi riguardano le prestazioni sul campo delle colture ingegnerizzate, e naturalmente vogliono dimostrare che gli OGM sono sicuri per l’ambiente e quindi sicuri da mangiare.
Vi è, tuttavia, una crescente corrente di pensiero sulla ricerca scientifica, fatta per lo più in Europa, in Russia e in altri paesi, che stanno dimostrando che le diete contenenti mais e soia ingegnerizzati causano gravi problemi di salute nei topi da laboratorio.
Noi tutti dovremmo prendere sul serio questi studi ed esigere che le agenzie governative li rifacessero invece di basarsi su studi pagati dalle aziende biotech.
Il mais Bt e le piante di soia, che sono ormai ovunque nel nostro ambiente, sono registrati come insetticidi. Ma sono regolate queste piante insetticide e le loro proteine sono state testate per la sicurezza? Non dai servizi federali responsabili della sicurezza alimentare, non in Canada e non negli Stati Uniti.Non esistono studi di alimentazione a lungo termine condotti in questi paesi per dimostrare le affermazioni che il mais e la soia ingegnerizzati siano sicuri. Tutto quello che abbiamo sono gli studi scientifici fatti in Europa e in Russia, che mostrano che i topi nutriti con il cibo ingegnerizzato muoiono prematuramente.Questi studi dimostrano che le proteine prodotte dalle piante ingegnerizzate sono diverse da come dovrebbero essere.
La letteratura scientifica è piena di studi che dimostrano che il mais e la soia ingegnerizzati contengono proteine tossiche o allergeniche.
L’ingegneria genetica ha 40 anni. Si basa sulla comprensione ingenua del genoma basata sulla One Gene – un’ipotesi per la proteina di 70 anni fa, che codifica ogni gene per una singola proteina. Il progetto Genoma Umano completato nel 2002 ha dimostrato che questa ipotesi è sbagliata.
L’intero paradigma della tecnologia di ingegneria genetica si basa su un malinteso. Ogni scienziato ora viene a sapere che un gene può dare più di una proteina e che l’inserimento di un gene in qualsiasi punto di un impianto alla fine crea proteine canaglia. Alcune di queste proteine sono ovviamente allergenici o tossici”.
Il dottor Thierry Vrain Courtenay

Fonte: by lospecchiodelpensiero
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 10 giu 2013, 11:34

(10-06-13) Longevità di famiglia protegge lucidità della mente


Nelle famiglie caratterizzate da un’eccezionale longevità sembra esserci un
deterioramento cognitivo rallentato rispetto a chi vive una vita di normale
durata

Nelle famiglie caratterizzate da un’eccezionale longevità sembra esserci un
deterioramento cognitivo rallentato rispetto a chi vive una vita di normale
durata. Parola di Stephanie Cosentino, neuropsicologa alla Columbia university
di New York, che assieme ai colleghi ha esaminato i legami esistenti tra le
famiglie longeve e il deterioramento cognitivo che porta alla malattia di
Alzheimer. «Una longevità eccezionale può essere definita in vari modi, tra cui
sopravvivere fino a una data età, oppure sopravvivere senza malattie o senza
disabilità oppure anche invecchiare senza disturbi cognitivi» spiega la
ricercatrice, che continua: «Diversi studi svolti su persone di lunga vita
hanno trovato aggregazioni familiari per quanto riguarda la sopravvivenza alle
età estreme. Tuttavia, la misura in cui tale longevità familiare è
caratterizzato da una sopravvivenza cognitivamente intatta non è ancora
stabilita». Un esempio è il “Long life family study” (Llfs), uno studio di
coorte concepito per esaminare i fattori, genetici e non, associati a una
eccezionale longevità familiare. «Ebbene, i discendenti dalle prime famiglie
partecipanti a Llfs hanno una minore incidenza di diabete mellito, malattie
polmonari e più alti punteggi ai test cognitivi dei loro coetanei discendenti
da famiglie meno longeve» sottolinea Cosentino. Lo studio della Columbia,
pubblicato su Jama neurology, ha incluso un totale di 1.870 individui,
reclutati da due generazioni di partecipanti al “Long life family study”, nei
quali è stata misurata la prevalenza di deficit cognitivo coerente con la
malattia di Alzheimer. E i risultati dimostrano una riduzione del rischio di
deficit cognitivo nell’arco di tre generazioni. In altre parole, rispetto ai
coetanei meno longevi il rischio di Alzheimer era simile nella famiglie di
prima generazione, per ridursi progressivamente nei figli e nei nipoti. «Nel
complesso, questi dati sembrano coerenti con un inizio ritardato della malattia
nelle famiglie di lunga durata, ma i risultati vanno confermati da ulteriori
studi» conclude Cosentino.

Fonti:
Jama Neurology 2013;70(3):1-8
doctornews33
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 13 giu 2013, 8:54

(13-06-13) Declino cognitivo, il cuore influisce anche in giovane età



Un aumentato rischio cardiovascolare si associa a una ridotta funzione
cognitiva già nei giovani adulti di età compresa tra 35 a 44 anni

Un aumentato rischio cardiovascolare si associa a una ridotta funzione
cognitiva già nei giovani adulti di età compresa tra 35 a 44 anni. Ecco i
risultati di un ampio studio di coorte svolto a Groningen, nel nord dell’Olanda
e pubblicato su Stroke. «È sempre più evidente che il declino cognitivo compare
in età sempre più precoce, diventando palese, secondo alcuni studi, già a 45
anni» esordisce Hanneke Joosten, geriatra dell’Università di Groningen e prima
firmataria dell’articolo. Questo ha portato alla convinzione che il declino di
memoria e pensiero venga da un processo patologico a lungo termine che dura
decenni. «Se confermati, questi dati avrebbero importanti conseguenze: gli
interventi mirati a prevenire o ritardare l’evoluzione verso la demenza
sarebbero più efficaci se iniziati in giovane età» riprende la ricercatrice
olandese. E ipotizza: «dato che i fattori cardiovascolari tipici della mezza
età come l'ipercolesterolemia e l'ipertensione, si associano a un declino
cognitivo negli anziani, è probabile che lo siano anche nei giovani e negli
adulti, sebbene sia ancora poco chiaro a quale età gli effetti negativi sul
cervello potrebbero iniziare». E se a questo si aggiunge che il rischio
cardiovascolare è spesso sottovalutato nei giovani, ecco delinearsi il
razionale dello studio olandese: valutare il legame tra profilo di rischio
cardiovascolare globale e funzione cognitiva, esplorando quest’associazione in
vari gruppi di età su un'ampia coorte di 3.778 persone di età compresa tra 35 e
82 anni, liberi da precedenti malattie cardiovascolari o ictus. «Usando test
specifici, come il Ruff figural fluency test, il Visual association test e il
Framingham risk score, abbiamo misurato le funzioni cognitive e il rischio
cardiovascolare di ciascun partecipante» spiega la geriatra. E l’analisi dei
dati indica che al declino cognitivo corrisponde un aumento delle probabilità
di sviluppare malattie di cuore e vasi. Osserva Joosten: «Il legame non si
limita ai soggetti anziani, ma c’è anche nella fascia di età fra 35 e 44 anni.
E, oltre all’età, ci sono altri due i fattori con maggiore influenza sull’
associazione tra funzione cognitiva e rischio cardiovascolare: fumo e diabete
mellito».

Fonti:
Stroke. 2013 May 2. [Epub ahead of print]
doctornews33
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 14 giu 2013, 8:59

(14-06-13) Andare in pensione fa male alla salute


Effetti negativi su salute fisica e mentale: sono le conclusioni di uno studio inglese, ed è già polemica
MILANO - Un «declino drastico della salute»: questi sarebbero gli effetti dell’andare in pensione, secondo una ricerca dell’(IEA), un think-tank di Londra. La condizione di pensionato, che ispirò a Paolo Villaggio tante amare puntate, non gioverebbe dunque affatto allo stato generale della persona, spesso portata dopo il congedo professionale ad ammalarsi.
LE CONCLUSIONI DELLO STUDIO - «Lavora più a lungo, vivi più sano: la relazione tra attività economica, salute e politiche governative» è stato prodotto in collaborazione con l’organizzazione senza fini di lucro Age Endeavour Fellowship. Lo studio ha messo a confronto persone che si sono ritirate dal mondo del lavoro con chi ha continuato a lavorare anche oltre l’età in cui normalmente si va in pensione, riscontrando impatti negativi sia sul piano della salute fisica che di quella psicologica tra coloro che avevano smesso di lavorare. Le conseguenze sulla salute sarebbero positive nell’immediato, per poi ritorcersi contro i pensionati, con effetti negativi particolarmente drastici nel medio-lungo termine (che coincide peraltro con il naturale invecchiamento delle persone...). Più si sta in pensione, più ci si ammala: queste le conclusioni.
I DATI PIU’ ECLATANTI – Secondo la ricerca – che ha raccolto ed adattato dati da vari studi europei - andare in pensione aumenta del 60 per cento il rischio di soffrire di almeno un disturbo fisico (e di conseguenza prendere medicinali per curarlo), e ben del 40 per cento quello di cadere in depressione clinica. Anche la probabilità che le persone valutino la propria salute «molto buona» o «eccellente» scende del 40 percento dopo la pensione. E tutti questi dati si aggraverebbero con l’aumentare del tempo passato da pensionati.
LA PENSIONE INGLESE - La ricerca sbarca in Inghilterra – probabilmente non a caso – in un momento in cui il dibattito su età della pensione e costi della salute pubblica divampa anche nel Paese d’oltremanica. Il ritiro dal mondo del lavoro, per anni previsto a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, adesso non è più obbligatorio a quell’età. L’età per aver diritto alla pensione di Stato si sta poi innalzando a ritmi sostenuti: attualmente ci si accede tra i 61 e i 68 anni d’età, e i piani governativi sono di arrivare progressivamente fino ai 68 anni d’età per tutti nel giro delle prossime quattro decadi. Secondo i dati appena rilasciati dall’Ufficio Nazionale Statistico, gli ultrasessantacinquenni che sono ancora impiegati in Inghilterra ha raggiunto la cifra record di quasi un milione nel primo quadrimestre dell’anno. Nello stesso tempo, anche il numero di quelli che sono andati in pensione è cresciuto, raggiungendo i 9.5 milioni, con un aumento del 30 per cento di persone che si ritirano dal mondo del lavoro in un anno.
DATI E POLITICHE - Il rapporto dell’IEA, appena uscito e già controverso, vuole sostenere che l’innalzamento dell’età pensionabile non solo è possibile, ma anche desiderabile. «Lavorare più a lungo non sarà solo una necessità economica, aiuta anche le persone a vivere vite più sane» ha dichiarato il suo direttore Philip Booth, invitando il governo a deregolamentare il mercato del lavoro.

Fonte: Carola Traverso Saibant
www.corriere.it
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 15 giu 2013, 17:18

Ecco perchè gli ex obesi vanno forte in bici ed in generale negli sport di endurance.

(15-06-13) Chili di troppo in gioventù, cuore più grande


Il sovrappeso farebbe crescere il cuore oltre la norma, in particolare quando la forma fisica si perde da giovani
MILANO - Più largo è il girovita, più il cuore tenderà a diventare grande. Secondo quanto è stato presentato al meeting dell’American College of Cardiology di San Francisco da alcuni studiosi dell’Imperial College di Londra, essere in sovrappeso, specialmente fin da quando si è giovani, sarebbe collegato a un pericoloso aumento delle dimensioni del ventricolo sinistro del muscolo cardiaco.
LO STUDIO - Sotto la guida di Arjun Ghosh, ricercatore presso l’istituto anglosassone, sono stati esaminati i dati relativi a un periodo di 44 anni riguardanti peso e stato di salute del cuore di oltre 1.600 persone in vari momenti della loro vita. Chi era in sovrappeso presentava una maggiore probabilità di sviluppare negli anni successivi una più alta massa del ventricolo sinistro con un aumentato spessore della relativa parete. Tale correlazione si dimostrava poi tanto più evidente quanto più l’incremento del girovita si verificava in giovane età. «Le persone che cominciavano a essere in sovrappeso intorno ai vent’anni - spiega Ghosh - tendevano ad avere un cuore del sette per cento più pesante di chi invece iniziava a mettere su chili più tardi, verso la sessantina».
DIMENSIONI PERICOLOSE - Un ventricolo sinistro, la camera di pompaggio del cuore, con dimensioni superiori alla norma può compromettere il corretto funzionamento del cuore stesso. Le pareti ventricolari si ispessiscono, perdono elasticità e possono non riuscire più a pompare il sangue come avviene in un cuore sano. In genere questa condizione, denominata ipertrofia ventricolare sinistra, è causata da una prolungata pressione alta o da patologie della valvola aortica ed è correlata a un maggior rischio di mortalità per cause cardiovascolari. «Secondo quanto abbiamo osservato - prosegue l’esperto - l’obesità, sovraccaricando il cuore di lavoro, è collegata a un pericoloso aumento delle dimensioni cardiache e questo in modo indipendente dalla presenza di altri fattori di rischio come l’ipertensione». Serviranno altri studi per confermare i dati rilevati dagli esperti britannici e per valutare se e come la perdita di peso possa rendere reversibile il fenomeno. Spesso però chi accumula chili di troppo fatica a perderli e tende a sottovalutare la questione posticipando sempre più in là l’impegno a liberarsi di un girovita ingombrante. Più tempo si passa in sovrappeso però, sottolineano i ricercatori, peggio sarà per il cuore e le sue dimensioni, specialmente se l’obesità arriva da ragazzi. Un ulteriore motivo per contrastare sedentarietà e cattive abitudini alimentari soprattutto tra i più giovani considerato anche che, in Nord America, il sovrappeso riguarda ormai l’esorbitante numero di un terzo dei bambini in età scolare.

Fonte: Cristina Gaviraghi
Www.corriere.it
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 17 giu 2013, 10:55

(15-06-13) Il pattern degli acidi grassi del sangue


Il profilo dettagliato degli acidi grassi presenti nel sangue potrebbe essere
utilizzato come valore di riferimento per studi di popolazione.

Ne sono convinti alcuni ricercatori norvegesi che hanno osservato 81 soggetti
sani (uomini n = 41 e donne n = 40) di età compresa tra 20-50 anni, tutti
donatori di sangue che avevano completato dei diari alimentari per 7 giorni
consecutivi. I campioni di sangue sono stati ottenuti prima della donazione di
sangue e valutati per la composizione degli acidi grassi dei trigliceridi nel
plasma e per gli esteri del colesterolo, la fosfatidilcolina e la
fosfatidiletanolammina, nei globuli rossi.
Si è così evidenziato che non vi era alcuna differenza di consumo di grassi
alimentari tra uomini e donne. L’assunzione dei grassi totali e saturi era
superiore a quella indicata nelle raccomandazioni del Consiglio nazionale della
Nutrizione in Norvegia. Sebbene l’intake di grassi polinsaturi fosse vicino al
limite inferiore del livello raccomandato, l'assunzione variava notevolmente
tra individui, in parte come risultato dell'uso di olio di pesce.
Inoltre, la composizione proporzionale acidi grassi di plasma e lipidi dei
globuli rossi era simile tra uomini e donne. Infine un arricchimento di acido
docosaesaenoico nella fosfatidiletanolammina eritrocitaria è stata trovato
negli utilizzatori di olio di pesce. Gli autori ritengono, dunque, che tali
profili lipidici riflettano lo stato attuale del pattern lipidico della
popolazione adulta sana in Norvegia.

Fonte:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23627906
J Hum Nutr Diet. 2013 Apr 30. doi: 10.1111/jhn.12105. [Epub ahead of print]
Dietary fat intake, circulating and membrane fatty acid composition of healthy
Norwegian men and women.
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Re: Curiosità

Messaggioda BIKER40 il 18 giu 2013, 9:42

(18-06-13) Calcio nelle arterie e rischio di infarto


Se i valori di calcio nel sangue salgono eccessivamente cresce anche il
rischio di infarto miocardico. A sottolineare questa correlazione è una ricerca
condotta al Los Angeles Biomedical Research Institute che ha preso in esame le
cartelle cliniche di quasi 6800 persone di età compresa tra i 45 e gli 84 anni.
Nel 50 per cento dei casi era presente un accumulo di calcio nelle arterie e in
alcuni individui i valori del calcio superavano il limite delle 300 unità: in
questi individui il rischio di sviluppare una patologia coronarica è risultato
di ben sei volte superiore rispetto alla media.


Fonte: edott.it
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